Quando nel 2004 esce Exodus, il nome in copertina non è “Hikaru Utada”, ma semplicemente Utada. È un dettaglio piccolo solo in apparenza: segna l’inizio di una vera e propria “uscita” simbolica dal perimetro rassicurante del J-pop giapponese per tentare la strada del mercato occidentale. Exodus è infatti il secondo album in inglese (quinto in totale) dell’artista nippo-americana, ma è il primo grande progetto internazionale pubblicato con il supporto di Island Records e prodotto, tra gli altri, da Timbaland e Danja.
Per capire quanto questo disco sia radicale, bisogna ricordare da dove arriva Utada. In Giappone è già una leggenda: First Love, Distance e Deep River hanno venduto cifre enormi, con il debutto diventato l’album giapponese più venduto di sempre, circa sette milioni di copie solo in patria e altri tre nel resto del mondo. Singoli come Automatic/Time Will Tell superano da soli i due milioni di copie. Utada, insomma, è tutto tranne che un’esordiente.
Dalla colonna sonora di Rush Hour 2 al contratto con Island
Il ponte verso l’Occidente inizia quasi per caso, con una collaborazione: “Blow My Whistle”, brano realizzato con Foxy Brown e prodotto dai Neptunes (Pharrell Williams e Chad Hugo) per la colonna sonora di Rush Hour 2. Il disco della soundtrack entra nelle classifiche americane, e il CEO di Island, Lyor Cohen, punta subito Utada.
Già nel 2002 l’artista vola a Los Angeles e New York con la madre Keiko Fuji e il padre/produttore Teruzane Utada per incontrare Cohen e Doug Morris (Universal Music Group). Non è l’unica proposta: anche EMI e Virgin avevano fatto pressing per lanciarla a livello internazionale. Ma i cambi di vertice e l’instabilità delle etichette lasciano Island come interlocutore più solido, con una promessa chiara: sostenere davvero il suo ingresso nel mercato americano, non solo distribuire un album e vedere come va.
In teoria Exodus sarebbe dovuto uscire tra fine 2002 e inizio 2003. In pratica, la vita si mette di mezzo: dopo la promozione di Deep River, Utada viene operatə per un tumore ovarico benigno, e poco dopo si sposa con il regista Kazuaki Kiriya. La lavorazione dell’album si ferma, poi riparte, ma in condizioni molto particolari: Utada racconterà che per scrivere e produrre le canzoni si è praticamente chiusə da solə, come “uno scienziato pazzo in un laboratorio sotterraneo”, vivendo un processo introverso, intenso e totalmente sperimentale.
Un laboratorio elettronico ibrido tra Oriente e Occidente
Musicalmente, Exodus è tutto tranne che un album pop “facile”. È un lavoro dance-oriented, ma attraversato da un numero impressionante di influenze: electronic, electronica, glitch, avant-garde, alternative, J-pop, progressive house, dark pop, fino a momenti che sfiorano l’industrial.
Utada co-produce il disco e scrive praticamente tutti i brani. In conferenza stampa racconta che, in realtà, la maggior parte dei suoi testi nasce già in inglese e poi viene tradotta in giapponese; qui, per la prima volta, non deve “tornare indietro” a riscrivere nulla: il flusso naturale rimane in inglese, ed è come se potesse mostrare contemporaneamente i due volti della sua identità – giapponese e americana – senza filtri.
Le tracce di apertura, “Opening” e “Crossover Interlude”, funzionano da manifesto programmatico: condividono la stessa frase – “I don’t wanna cross over between this genre, that genre” – ma declinata su arrangiamenti diversi. È un gioco meta-musicale: mentre il testo dichiara di non voler “attraversare i generi”, la musica fa esattamente il contrario, fondendo J-pop, elettronica occidentale, dance, hip-hop in un unico spazio ibrido. Il “crossover” non è solo stilistico, ma anche identitario: per la prima volta, Utada porta in primo piano l’essere Asian American, in grado di cantare in giapponese e in inglese, muovendosi a proprio agio tra Tokyo e New York.
La critica coglie subito questa stranezza affascinante. AllMusic descrive Exodus come una collezione di elettronica e dance “urbana, moderna e a tratti quasi avant-garde”, una vera fusione fra gli elementi più edgy della musica occidentale e orientale dentro una sorta di melting pot notturno, da disco club after-hours. Altri recensori parlano di un disco “strano”, rischioso, ma proprio per questo capace di far uscire Utada dalla categoria dell’idol J-pop per posizionarlə come artista autonoma, imprevedibile, difficilmente incasellabile.
Easy Breezy: la libertà dopo una relazione e il peso di essere “Japaneezy”
Il primo singolo estratto è “Easy Breezy”, quinto brano in scaletta ma biglietto da visita del progetto fuori dal Giappone. È anche il debutto ufficiale del nome “Utada” sul mercato anglofono, con Island Def Jam alle spalle. Musicalmente è catchy e immediato, tanto da finire in diversi spot per il Nintendo DS, in cui l’artista appare come volto del brand.
Dietro il ritornello canticchiabile, però, c’è molto di più. La canzone parla di una relazione finita, ma non solo in termini romantici: secondo alcune letture, non è tanto la storia di due persone, quanto quella di due “personas” – da una parte il “player”, dall’altra la figura “esotica”, la ragazza asiatica feticizzata dallo sguardo occidentale.
La linea “You’re easy breezy / And I’m Japaneezy” è volutamente autoironica e graffiante: Utada prende in giro il modo in cui la sua identità asiatico-americana viene ridotta a cliché “carini”, “sciocchi”, “strani” dagli stereotipi razziali, e se ne riappropria spingendo quell’aggettivo fino al limite del surreale.
C’è anche un dettaglio culturale nell’immaginario: “‘Hello’, ‘goodbye’, you left a note saying ‘It was nice stopping by’” richiama un’abitudine giapponese di lasciare un biglietto di ringraziamento dopo una visita o un soggiorno, segno di cortesia e chiusura. Nel video diretto da Jake Nava, Utada appare in piscina, in camera da letto, su una Ferrari Dino, sempre con un’aria di liberazione gioiosa: il messaggio visivo è chiaro, sta festeggiando la propria indipendenza da quella relazione – e da tutto ciò che quella relazione rappresentava.
Devil Inside, dancefloor e lato oscuro
Il secondo singolo, “Devil Inside”, spinge decisamente il lato club dell’album. È un brano che miscela progressive house e dark pop, costruito su drum machine e sintetizzatori, con un’atmosfera cupa ma irresistibile. Un critico l’ha paragonato – in modo volutamente bizzarro – alle musichette di apertura dei videogiochi di Super Mario, sottolineando quanto il brano giochi con suoni sintetici, digitali, quasi ludici, pur rimanendo in una cornice dark.
Il pezzo diventa il primo vero successo di Utada nelle classifiche dance americane, raggiungendo la vetta della Hot Dance Club Songs di Billboard e trovando spazio anche sulla Hot Dance Airplay. La versione remixata di Richard Vission appare nella serie Queer as Folk (stagione 5), consolidando la sua reputazione come club track di nicchia ma molto amata. In seguito verrà inserita anche in Utada the Best in una versione remixata da RJD2.
Exodus, Exodus ’04, The Workout e Let Me Give You My Love: melancolia, futuro e “melting pot”
Il cuore concettuale del disco è ovviamente la title track “Exodus” e la sorella minore “Exodus ’04”, singolo co-firmato con Timbaland. Il titolo stesso gioca su più livelli: da un lato è la metafora del passaggio verso la musica in inglese e verso il mercato americano, dall’altro richiama il Libro dell’Esodo e l’iconografia di Mosè che apre il Mar Rosso per permettere al popolo di fuggire. È come se Utada, in mezzo alla scena pop globale, stesse tentando di aprire la propria “via nel mare” tra concorrenza, pressioni e aspettative. Non a caso, nei testi si percepisce spesso la consapevolezza di trovarsi in un mondo nuovo, pieno di regole diverse e di “nuovi egizi” da affrontare.
“Exodus ’04” prende il suono tipico di Timbaland – campionamenti di archi, piano, groove R&B – e lo porta in un territorio che molti critici hanno paragonato ad Aaliyah, tanto è evidente l’affinità con certo R&B futuristico dei primi anni Duemila. Lo stesso vale per “Let Me Give You My Love”, descritto come una sorta di “future funk” veloce, sensualissimo, che ancora una volta richiama l’eredità di Aaliyah.
In Let Me Give You My Love ci sono almeno due livelli di lettura. In superficie, è il momento in cui la consapevolezza della morte – quella del “ragazzo della porta accanto” – fa scattare il pensiero che la vita sia troppo breve per non rischiare, anche in ambito sessuale. La protagonista decide di cogliere l’occasione con qualcuno che la attrae da tempo, probabilmente un uomo bianco o americano, ribaltando l’idea di prudenza in un desiderio di vivere pienamente.
A livello simbolico, però, quella stessa scelta può rappresentare la decisione di abbracciare entrambe le parti della propria identità, orientale e occidentale, accettando di essere contemporaneamente “giapponese” e “americana”, capace di muoversi in due lingue e due culture. La famosa immagine del “melting pot” è doppiamente evocativa: da un lato è l’idea sociologica della mescolanza di culture; dall’altro è il contenitore che si scalda, in cui cioccolato e formaggio si sciolgono. Quando Utada canta di trasformare una stanza in un “melting pot”, si può leggere sia come una metafora di incontro tra culture, sia come un invito sensuale a “far salire la temperatura”.
Brani come “The Workout”, con i suoi tamburi colossali e gli ottoni che alcuni critici hanno paragonato a Hollaback Girl di Gwen Stefani, spostano ancora più in là il confine, risultando “più oscuri e un po’ dementi” rispetto al pop standard dell’epoca. È un esercizio di stile volutamente esagerato, come se l’artista volesse testare quanti registri può accumulare nello stesso calderone senza perdere coerenza.
Kremlin Dusk e Animato: Poe, rotture e pop alieno
Tra i brani più estremi e amati dai fan c’è “Kremlin Dusk”, definita una sorta di “sinfonia neo-industriale bizzarra e oscura”. Qui Utada cita apertamente Edgar Allan Poe e il suo The Raven:
“In the words of Mr. Edgar Allan Poe / Now I’m sober and nevermore / Will the raven come to bother me at home.”
Nel poema originale, il corvo tormenta un uomo in lutto per la perdita della sua Lenore, ripetendo ossessivamente “Nevermore” e alimentando la sua disperazione. Nella canzone, invece, Utada afferma di essere “sobria” e di non essere più perseguitata da quel corvo simbolico. È un modo per dire che sta superando la rottura con un amante – non morto, ma andato via – anche se il dolore non scompare per magia. Il testo suggerisce che, pur avendo visto arrivare la fine, la ferita fa comunque male, e la risposta è quella di reprimere il dolore, convincendosi che, in fondo, molte persone vivono tranquillamente portandosi dietro risentimenti e ferite mai elaborate.
“Animato” spinge ancora oltre la sperimentazione: sintetizzatori, tastiere e cori luttuosi si combinano con elettronica opprimente, creando un suono quasi alieno. I critici parlano di un pop spinto agli estremi più avant-garde, dove si mescolano riferimenti a dance, hip-hop e pop in una storia che racconta di una donna coinvolta in una relazione extraconiugale. È un brano che non sembra voler piacere a tutti i costi, ma piuttosto testare quanto la forma pop possa essere deformata senza spezzarsi.
You Make Me Want to Be a Man: genere, frustrazione e futuro queer
Se c’è una canzone che, con il senno di poi, appare quasi profetica rispetto alla traiettoria personale e identitaria di Utada, è “You Make Me Want to Be a Man”. Uscita come singolo nel Regno Unito nel 2005, è uno degli episodi più sperimentali dell’album, un mix di electro, dance-pop, J-pop e techno, con una produzione spigolosa e futuristica.
Il brano nasce direttamente dalla relazione con il marito Kazuaki Kiriya. Utada racconta che per la prima volta si è trovatə faccia a faccia con un’altra persona a un livello di intimità totale, e si è resə conto di quanto fosse difficile capirsi al di là delle differenze di genere e dei ruoli. Da qui il pensiero: “Se fossi un uomo forse potrei capirlo meglio”, trasformato poi in canzone. In un’intervista, lə artista spiega che il pezzo parla proprio del desiderio di diventare un’altra persona per poter vedere le cose da un altro punto di vista.
Riascoltata oggi, dopo il coming out come non-binary, la canzone appare fortemente queer-coded: c’è la frustrazione di aver frequentato uomini che feriscono, il desiderio di scardinare le dinamiche di potere nelle relazioni eterosessuali, l’idea che i “problemi” siano anche “questioni di sesso” in senso di gender. Il verso “I really want to tell you something but I can’t / You make me want to be a man” suona come un vero grido femminista, una critica alle aspettative che gravano sulle donne (o percepite tali) in una relazione.
Nel testo compare anche un dettaglio molto concreto: mentre lei cerca di parlare, lui si accende una sigaretta. È un gesto simbolico. Così come si fuma ignorando i rischi reali del fumo, allo stesso modo lui ignora le sue parole, scegliendo di non ascoltare pur sapendo che sta facendo del male alla relazione.
Il video amplifica questo discorso sull’identità: diretto da Koji Morimoto insieme a Kiriya, mostra una versione android di Utada in una città industriale/cyberpunk. Lə protagonista è collegatə a cavi e macchinari, assorbe immagini della vita quotidiana dai monitor, osserva dall’esterno il comportamento umano per comprenderlo. Si alternano scene del “cyborg Utada” con quelle dell’Utada “umana” che canta con la band.
A un certo punto compare un androide maschile che emerge da una sostanza simile al mercurio; si stacca una parte della gabbia toracica, la offre come se fosse un frammento di sé, e da quel frammento nasce una nuova versione ancora più lucida e perfetta dell’Utada robotica. Il video, immerso in un’estetica otaku e high-tech tipicamente giapponese, mette in scena la tensione tra corpo, genere, tecnologia e identità: cosa significa diventare qualcos’altro per poter capire, essere riconosciutə o semplicemente sopravvivere?
Nonostante la scarsa resa in classifica (non entra nella top 100 UK, pur essendo l’unico brano di Utada a comparire nella chart britannica), You Make Me Want to Be a Man verrà considerata un momento di punta artistico: AllMusic la segnala come highlight di carriera, mentre altri critici la definiscono una creazione J-pop futuristica e combattiva.
Identità, lingua e corpo: i testi come terreno di conflitto
Uno degli aspetti più affascinanti di Exodus è il modo in cui i testi intrecciano temi molto diversi: amore, prostituzione, desiderio, heritage culturale, rotture, sesso, genere.
In “Easy Breezy” c’è il gioco sull’identità asiatica e sugli stereotipi razziali; in “Animato” si parla di tradimento e di desideri che escono dai binari; in “Let Me Give You My Love” la morte improvvisa di un ragazzo del vicinato diventa il promemoria che la vita è troppo breve per trattenersi, ma anche il simbolo della necessità di riconciliare le due metà di sé – Oriente e Occidente – in un unico soggetto.
In “Kremlin Dusk” l’elaborazione del lutto sentimentale passa attraverso Poe e il corvo che non torna più; in “You Make Me Want to Be a Man” la frustrazione amorosa si trasforma in un’anticipazione di discorsi queer e femministi; in “Opening” e “Crossover Interlude” la stessa frase sul non voler attraversare i generi evidenzia, in realtà, la consapevolezza di essere sempre già in mezzo, in transito, in crossover.
Accoglienza, numeri e una “Exodus” che resta
Alla sua uscita, Exodus riceve recensioni generalmente positive. AllMusic gli assegna tre stelle su cinque, sottolineando la forza dei primi brani e di Exodus ’04, e definendo il disco come una raccolta di elettronica e dance urbana e a tratti quasi avant-garde, capace di annunciare l’arrivo in America di un’artista “insolita e impegnativa”. Stylus Magazine parla di un album “strano ma riuscito”, un passo coraggioso che pochi artisti J-pop avrebbero provato. USA Today sottolinea come le tracce potrebbero sembrare, in superficie, semplice musica da loft o nightclub, ma vengano salvate dal fatto che Utada non è “un fantasma nella propria macchina”: c’è un’umanità che scioglie la patina elettronica.
Un sito come JPop-Go arriva a definirlo la vera “exodus” dal pop troppo levigato e commerciale, una sorta di “due dita alzate” contro l’industria. Il messaggio è chiaro: anche se in futuro dovesse piegarsi di più ai meccanismi mainstream, Utada avrà sempre Exodus come prova concreta della propria radicalità. Persino Elton John cita l’album come esempio di dance-pop interessante, dicendo che Utada potrebbe essere la prima artista giapponese a sfondare davvero in Occidente.
Sul piano commerciale, la storia è doppiamente interessante. In Giappone, Exodus diventa il più grande debutto di sempre per un album in lingua straniera, con oltre mezzo milione di copie vendute nella prima settimana e una spedizione iniziale di un milione di unità, superando persino i record di Mariah Carey per un’uscita non giapponese. Finirà per vendere oltre un milione di copie e sarà certificato “Million” dalla RIAJ, entrando tra i 250 album più venduti di sempre nel Paese.
Negli Stati Uniti, invece, l’album si ferma intorno alla posizione 160 della Billboard 200 e a circa 55.000 copie vendute, pur trovando uno spazio significativo nelle classifiche di nicchia (come la Heatseekers, dove raggiunge la top 5). I singoli seguono un percorso analogo: Easy Breezy non entra davvero nelle grandi chart, mentre Devil Inside e Exodus ’04 si ritagliano una buona presenza nei circuiti dance e club; You Make Me Want to Be a Man rimane un cult più che un successo commerciale.
Perché Exodus conta ancora
Guardato a posteriori, Exodus è molto più di un tentativo “a vuoto” di sfondare in America. È un documento unico di un momento in cui un’artista già gigantesca nel proprio Paese decide di rischiare in prima persona, mettendo in gioco lingua, immagine, genere, identità culturale e suono.
È il disco in cui Utada si trasforma davvero in “mad scientist”, sperimentando glitch, industrial, R&B futuristico, dance e J-pop nello stesso calderone. È l’album in cui le battute su essere “Japaneezy”, i corvi di Poe, i robot in città cyberpunk, i melting pot culturali e sessuali e le frasi sull’aver voluto essere “un uomo” si intrecciano in un’unica narrazione: quella di una persona che non accetta di farsi incasellare né come idol giapponese, né come “quota asiatica” nella pop music occidentale.
E anche se Exodus non ha aperto definitivamente il mercato americano a Utada, ha lasciato qualcosa di forse ancora più importante: una mappa, un precedente e una testimonianza di quanto lontano può spingersi il pop quando a guidarlo c’è qualcuno disposto a mettere sul tavolo tutto – carriera, immagine e identità – per vedere cosa succede.

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