domenica 30 novembre 2025

PARTE 3 — “THE FATE OF OPHELIA”: LA DONNA, LA FIGLIA, LA FANTASIA E IL FUOCO

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Nella tessitura simbolica di “The Fate of Ophelia”, Taylor Swift intreccia non solo Shakespeare, ma anche la sua autobiografia. Il riferimento all’“eldest daughter”, proveniente da un’altra traccia dell’album, diventa un punto di contatto tra lei e Ophelia: entrambe figlie di un uomo nobile, entrambe percepite come responsabili, protettive, silenziosamente forti. Taylor ha sempre parlato del rapporto con suo padre come con una figura dolce e presente — un uomo che descrive con affetto in “The Best Day”. È interessante notare che Shakespeare non chiarisce mai chi sia il maggiore tra Ophelia e il fratello Laerte: eppure, Taylor adotta quel ruolo simbolico, modellandolo su sé stessa come “primogenita” che porta il peso dell’immagine familiare e delle aspettative.

L’immaginazione gioca un ruolo cruciale. Nella tragedia, Ophelia scivola tra realtà e delirio dopo il rifiuto di Amleto e la morte del padre, rifugiandosi in canti, fiori e un mondo di fantasie infrante. Taylor prende quella fuga mentale e la trasforma in creatività: non un rifugio autodistruttivo, ma un modo per costruire universi narrativi. È un’idea che ricorre anche in “I Hate It Here”, dove ammette di preferire i mondi immaginati a quello reale. Così, ciò che per Ophelia è follia, per Taylor è arte.

Il riferimento al “veleno nel letto”, metaforicamente parlando, riprende l’idea dell’amore che avvelena, che prosciuga la sanità mentale — un richiamo diretto al comportamento ambiguo e manipolatorio di Amleto in Act III, Scene 1:
«I did love you once.»
«I loved you not.»
«I was the more deceived.»
Swift usa questi echi per raccontare come l’amore — o l’idea di esso — l’abbia trascinata in stati emotivi simili, in cui il confine tra dolore e illusione si confonde. Ma mentre Ophelia scivola verso la follia, Taylor trova una via d’uscita.

La metafora del purgatorio amplia ulteriormente il quadro: un luogo sospeso tra colpa e redenzione, sofferenza temporanea e possibile rinascita. Per Taylor, il purgatorio è stato il giudizio costante dei media, anni di scandali attribuiti, critiche ingiuste, la sensazione di dover sempre giustificare ogni respiro. Una terra di mezzo emotiva dove veniva punita per errori che non aveva commesso e per relazioni che l’avevano consumata.
E dunque, quando nella canzone appare qualcuno che la tira fuori da quel luogo — chiaramente Travis Kelce — è più di un salvataggio romantico: è liberazione da una sofferenza che sembrava infinita.

Il simbolismo continua nel richiamo a “chain, crown, vine”, un trittico che ha radici nella morte di Ophelia. Secondo la narrazione shakespeariana, prima di cadere nel fiume stava intrecciando ghirlande di fiori, una corona vegetale, mentre si aggrappava a un ramo di salice. Taylor trasforma questi elementi in simboli doppi: da un lato evocano la tragedia originale, dall’altro diventano immagini contemporanee — come la catena che portava alla coscia ai Grammy 2025, con il ciondolo “T”, o le braccia di Travis attorno a lei nelle foto pubbliche. La tragedia si fonde con la vita reale, la corona di fiori con la donna che ama ed è amata.

Il contrasto tra acqua e fuoco è altrettanto potente. Ophelia muore nell’acqua; Taylor racconta di essere stata salvata dal fuoco. Le emozioni che in passato le hanno fatto sentire di annegare — come in “Clean”, dove canta di acqua nei polmoni — ora vengono bruciate da un amore nuovo, passionale, vivo, lo stesso amore che anni fa definì “burning red”.
Se Ophelia affonda, Taylor emerge tra le fiamme: è la sua nuova rinascita.

Swift inserisce anche una citazione quasi letterale da Hamlet: «’Tis in my memory locked.» La memoria, per Shakespeare, è la chiave che trattiene verità, fantasmi e doveri; l’intero dramma si sostiene sull’imperativo del Ricorda. Taylor traduce quell’idea in una dimensione intima: la memoria che custodisce i momenti cruciali della propria vita, quelli che la definiscono e la salvano.

Ancora una volta, Taylor fa ciò che le riesce meglio: cambiare una tragedia in un racconto di potere. In Romeo & Juliet aveva già salvato Giulietta; ora riscrive anche Ophelia, rendendola una donna che sopravvive alla propria fine.
È una dichiarazione femminista, artistica e personale: le eroine non devono più morire.

I suoi giuramenti “su terra, mare e cielo” suonano come promesse epiche, reminiscenti degli antichi voti shakespeariani, ma modernizzati con l’inconfondibile “keep it one hundred”. E numerologicamente, il 100 è un segno sottile: 13 (il suo numero) + 87 (quello di Travis) = 100. Un universo di simboli che continua a parlarsi.

Il tema delle notti insonni, così ricorrente nella discografia swiftiana, viene invertito: se in Shakespeare l’insonnia segnala tormento, qui è segno di passione — o, come molti fan suggeriscono, pura complicità fisica.

Infine, Ophelia rappresenta molto più che un cuore spezzato: è una donna privata di voce e agency, definita dagli uomini attorno a lei. Taylor conosce tutto questo: media, uomini potenti, ex partner, l’hanno spesso ridotta a una narrazione decisa da altri. Quando le portarono via i master, fu una versione moderna del “perdere sé stessi”.
Ma come dice in questa canzone, lei non accetta più quel destino.
Il suo cuore non sarà più sacrificato come quello di Ophelia.

Con “The Fate of Ophelia”, Swift prende il mito, la tragedia e la storia dell’eroina più fragile di Shakespeare… e la riscrive come una donna che sceglie la vita, l’amore e la propria libertà.

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