Nella tessitura simbolica di “The Fate of Ophelia”, Taylor Swift intreccia non solo Shakespeare, ma anche la sua autobiografia. Il riferimento all’“eldest daughter”, proveniente da un’altra traccia dell’album, diventa un punto di contatto tra lei e Ophelia: entrambe figlie di un uomo nobile, entrambe percepite come responsabili, protettive, silenziosamente forti. Taylor ha sempre parlato del rapporto con suo padre come con una figura dolce e presente — un uomo che descrive con affetto in “The Best Day”. È interessante notare che Shakespeare non chiarisce mai chi sia il maggiore tra Ophelia e il fratello Laerte: eppure, Taylor adotta quel ruolo simbolico, modellandolo su sé stessa come “primogenita” che porta il peso dell’immagine familiare e delle aspettative.
L’immaginazione gioca un ruolo cruciale. Nella tragedia, Ophelia scivola tra realtà e delirio dopo il rifiuto di Amleto e la morte del padre, rifugiandosi in canti, fiori e un mondo di fantasie infrante. Taylor prende quella fuga mentale e la trasforma in creatività: non un rifugio autodistruttivo, ma un modo per costruire universi narrativi. È un’idea che ricorre anche in “I Hate It Here”, dove ammette di preferire i mondi immaginati a quello reale. Così, ciò che per Ophelia è follia, per Taylor è arte.
Il simbolismo continua nel richiamo a “chain, crown, vine”, un trittico che ha radici nella morte di Ophelia. Secondo la narrazione shakespeariana, prima di cadere nel fiume stava intrecciando ghirlande di fiori, una corona vegetale, mentre si aggrappava a un ramo di salice. Taylor trasforma questi elementi in simboli doppi: da un lato evocano la tragedia originale, dall’altro diventano immagini contemporanee — come la catena che portava alla coscia ai Grammy 2025, con il ciondolo “T”, o le braccia di Travis attorno a lei nelle foto pubbliche. La tragedia si fonde con la vita reale, la corona di fiori con la donna che ama ed è amata.
Swift inserisce anche una citazione quasi letterale da Hamlet: «’Tis in my memory locked.» La memoria, per Shakespeare, è la chiave che trattiene verità, fantasmi e doveri; l’intero dramma si sostiene sull’imperativo del Ricorda. Taylor traduce quell’idea in una dimensione intima: la memoria che custodisce i momenti cruciali della propria vita, quelli che la definiscono e la salvano.
I suoi giuramenti “su terra, mare e cielo” suonano come promesse epiche, reminiscenti degli antichi voti shakespeariani, ma modernizzati con l’inconfondibile “keep it one hundred”. E numerologicamente, il 100 è un segno sottile: 13 (il suo numero) + 87 (quello di Travis) = 100. Un universo di simboli che continua a parlarsi.
Il tema delle notti insonni, così ricorrente nella discografia swiftiana, viene invertito: se in Shakespeare l’insonnia segnala tormento, qui è segno di passione — o, come molti fan suggeriscono, pura complicità fisica.
Con “The Fate of Ophelia”, Swift prende il mito, la tragedia e la storia dell’eroina più fragile di Shakespeare… e la riscrive come una donna che sceglie la vita, l’amore e la propria libertà.

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