“Sorry To Myself”, quinta traccia di It’s Not
That Deep, è uno dei momenti più intensi e vulnerabili dell’intero album.
Qui Demi Lovato rivolge un vero e proprio atto di scuse alla persona che ha
ferito più profondamente nella sua vita: sé stessa. È una resa dei conti, un
confronto diretto con la voce interiore che per anni è stata la più crudele, la
più implacabile, la più distruttiva di tutte.
Il testo affronta con lucidità disarmante il modo
in cui Demi è stata il suo “favorite hater”, riconoscendo di aver alimentato
cicli di autodistruzione e negatività. A questo si aggiunge un riferimento
implicito alla percezione pubblica, racchiuso nella frase “And they say, when
you gonna change, honey?”. Un retroscena che riecheggia le critiche del web,
soprattutto legate alla controversia del 2021 con la gelateria The Bigg Chill
di Los Angeles, quando Demi denunciò come “triggering” le opzioni sugar-free,
scatenando un’ondata di attacchi e fraintendimenti. Dopo essersi scusata con il
piccolo business, nel 2025 è tornata nel locale per fare ammenda, come mostrato
in un TikTok diventato virale.
Ma “Sorry To Myself” non è solo un gesto
pubblico: è un viaggio interiore. Demi scava nella propria storia con brutalità
poetica, affrontando tutto ciò che ha ignorato, mascherato o seppellito per
anni. C’è il rimando diretto al verso finale di “Sober” (2018) — “I’m sorry to
myself” — dove confessava la ricaduta nella dipendenza. Oggi, quel messaggio
acquista un nuovo significato: le scuse non riguardano solo la sobrietà, ma
ogni ferita inflitta alla propria anima.
Demi si scusa per la finta sicurezza ostentata,
per aver creduto alle bugie degli altri, per aver indossato maschere di forza
mentre dentro crollava. Si scusa per aver lottato contro il proprio corpo, un
riferimento esplicito alla bulimia e ai disturbi alimentari che l’accompagnano
da quando era adolescente. In un’intervista al podcast di iHeart, ha ricordato
perché ha sempre scelto di raccontare pubblicamente le sue battaglie: voleva
essere il modello che lei, da ragazza, non ha mai avuto. In un mondo dominato
da standard estetici tossici, vedere attrici più grandi parlare di anoressia o
bulimia era una rarità. Così ha deciso di diventare quella voce che mancava
alle altre — e a sé stessa.
C’è anche un “sorry for the burnout”: un
riferimento alle responsabilità schiaccianti affrontate fin da giovanissima,
tra serie tv, tour, album, film, interviste e una vita pubblica che non
concedeva pause. Una corsa continua che, inevitabilmente, l’ha portata a
spezzarsi più volte.
Il cuore simbolico del brano emerge nell’immagine
del “pouring salt in the cut”, un gesto che rappresenta il peggiorare
deliberatamente una ferita emotiva già dolorosa. È una metafora che richiama
anche “Fix a Heart” dal suo album Unbroken: “It’s like you’re pouring
salt on my cuts”. Quel filo rosso di dolore, consapevolezza e guarigione
attraversa tutta la sua discografia, ma oggi assume una nuova forma, più adulta
e più lucida.
Eppure, nonostante il peso delle ammissioni,
“Sorry To Myself” non è una canzone cupa. È piena di nuova chiarezza, con frasi
come “Love how it turned out” e “Flirting with hope”, piccoli spiragli di luce
che fanno da ponte tra il passato e la nuova era artistica. Demi ha voluto che
il brano avesse anche un’atmosfera da party moment, unendo beat coinvolgenti e
messaggi profondi. Come ha spiegato a Wrall, questa traccia è uno dei
punti in cui si crea un passaggio naturale tra la musica emotiva del passato e
quella fresca, spezzata, brillante di oggi.
“Sorry To Myself” è Demi che guarda negli occhi
tutte le sue versioni, con amore, dolore e un nuovo rispetto. È la canzone più
introspettiva di It’s Not That Deep.
Ed è, forse, la scusa più importante che abbia mai scritto.

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