lunedì 19 gennaio 2026

LOCKET: il portafortuna emotivo di Madison Beer, tra desiderio, memoria e resa dei conti

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locket è il terzo album in studio di Madison Beer, pubblicato dopo il precedente Silence Between Songs. Fin dall’inizio, questo progetto si presenta come un disco costruito come un oggetto personale: un medaglione che custodisce frammenti di vita, ricordi, persone, luoghi — e soprattutto emozioni che, anche quando passano, restano.

L’inizio di una nuova era: “yes baby”

Quando Beer ha pubblicato il singolo “yes baby” (uscito il 19 settembre 2025), ha accompagnato il post Instagram con la frase “only the start x”, segnando apertamente l’avvio di una nuova era legata all’album. Il brano è un singolo flirtatissimo e ad alta energia, pop/dance-pop con una patina lucida e un tocco nu-rave: gioca con intimità, desiderio e ripetizione in modo provocatorio e sicuro di sé.

Il pezzo è stato affiancato da un music video a tema allenamento anni ’80, co-diretto dalla stessa Beer e da Aerin Moreno, e per Madison il video ha cambiato il “peso” della canzone: da semplice brano divertente, a traccia con un’energia nuova, perfetta da ascoltare a volume altissimo con gli amici. Lei stessa lo ha spiegato chiaramente: “yes baby” è una canzone super divertente e civettuola… dopo aver girato il video ha preso tutt’altra energia, è proprio una canzone da sparare con i tuoi amici.

Quando l’album “era finito”… ma non lo era davvero

Beer pensava che l’album fosse completo. Poi un evento personale della sua vita l’ha spinta a tornare in studio e creare il secondo singolo, “bittersweet”, uscito il 10 ottobre 2025 tramite Epic Records e Sing It Loud! Records. Il brano era stato anticipato il 19 settembre, dentro il video di yes baby, e poi ancora tramite Instagram Stories; il 6 ottobre Beer ha condiviso ufficialmente la data d’uscita insieme a una foto tratta dal video.

Su TikTok, Madison ha detto che l’ha scritta pochi mesi prima della pubblicazione e che è stata l’ultima canzone aggiunta all’album. Quanto al significato, bittersweet parla della fine di un capitolo e della difficoltà di accettarla, pur sapendo, in fondo, che è la scelta migliore: un percorso verso la pace, anche se fa male.

Il “decoy” di “15 MINUTES” e la conferma di “make you mine”

Dopo l’annuncio dell’album su Instagram, il pre-save ha rivelato che “make you mine” sarebbe comparsa come decima traccia. Tuttavia, il singolo successivo, “15 MINUTES”, è uscito come standalone, senza entrare nel disco.

Su “make you mine”, la cornice è precisa: un anthem sognante di infatuazione e pura passione, con Madison che promette un amore senza confini, determinata a dimostrarlo. Beer ha anche raccontato che la canzone era nata per il tour: aveva un album pieno di ballad e voleva qualcosa di più ballabile dal vivo. Per questo ha chiamato il produttore Leroy Clampitt e, in un martedì qualsiasi di ottobre 2023, hanno creato il pezzo. C’era persino un piano di uscite settimanali “a scaletta”, pensato proprio per preparare il tour. In termini di risultati, Make You Mine ha debuttato e raggiunto il picco di #9 nella Billboard Bubbling Under Hot 100, diventando la seconda e più alta apparizione di Madison in quella classifica.

Perché si chiama locket

In un’intervista a Vogue, Beer ha spiegato che il titolo è nato da qualcosa di estremamente concreto: osservare cosa, nella vita di tutti i giorni, le sembrasse più vero e genuino. Passava molto tempo a scorrere il suo camera roll, notando cosa fotografasse più spesso e verso cosa fosse istintivamente attratta. Ama il vintage e gli oggetti antichi, e i locket per lei sono delicati, bellissimi, femminili — ma soprattutto custodiscono cose importanti: memorie, persone, luoghi. E la cosa più significativa è che quel titolo lo aveva scelto prima ancora di aver scritto gran parte dell’album.

Quando ha annunciato locket via Instagram, ha detto apertamente quanto conti per lei: non riesce a credere di dirlo, l’album significa il mondo, non è mai stata così orgogliosa ed emozionata, ed è entusiasta che la gente lo ascolti — perché quel progetto, per lei, è il suo mondo.

La cover: il bisogno di “sentirla giusta”

Anche l’artwork segue la stessa logica: non un’immagine qualsiasi, ma una scelta che doveva “tenere”. Beer ha raccontato (in una TikTok Live) che avevano fatto un intero photoshoot, e doveva essere quello il giorno della cover ufficiale. Ma guardando gli scatti, nessuno le “risuonava” davvero come copertina. Dopo l’esperienza di Silence Between Songs — dove non era stata un’alternative cover ma un vero cambio di copertina — questa volta voleva essere sicura al 100%. Così hanno fatto un secondo shooting, deciso con una regola netta: scattare solo su pellicola 16mm. La cover definitiva, infatti, non è nemmeno una foto tradizionale: è uno still estratto da un video. Appena l’ha visto, Madison ha avuto la certezza immediata: “Quella è la copertina.”

“locket theme”: il prologo emotivo

L’apertura del disco è “locket theme”, la prima traccia dell’album, pubblicato il 16 gennaio 2026. I testi introducono subito la chiave narrativa: resilienza dopo una perdita, preparando il terreno ai temi che attraversano tutto il record — crepacuore e crescita personale.

“angel wings”: una rivelazione “fisica”

Il 24 novembre (prima dell’uscita dell’album), la canzone “angel wings” è stata rivelata su Twitter dall’utente @lccket attraverso i locket che il team di Madison Beer aveva inviato ad alcuni fan. Il 1° dicembre, Beer ha poi confermato su Instagram che il brano sarebbe stato la terza traccia dell’album.

L’arco narrativo: dal “divertente e sexy” al riconoscere il danno

All’interno di locket, Beer descrive un percorso: l’inizio è più spensierato e sensuale, poi la storia si sposta verso la consapevolezza che qualcosa non è sano.

  • “for the night” (quarta traccia) parla di intimità fugace e dei primi passi di una relazione. Beer ha accennato che tocchi anche un tipo di relazione “tabù”: cose che sembrano non dovrebbero succedere, eppure continuano. Nel concetto più ampio del “locket” come contenitore di ricordi, il brano è un frammento preciso: un momento emotivo di un periodo turbolento che oggi lei considera chiuso.

  • “Bad Enough” entra nel cuore della dipendenza emotiva: restare in una relazione problematica perché, sì, è sbagliata… ma non abbastanza da riuscire ad andarsene. Beer canta anche il giudizio esterno (“i miei amici dicono che i miei standard sono troppo bassi”), ma confessa che non riesce a lasciare quella persona. Il video, pubblicato lo stesso giorno, si ispira a The Shining (film horror del 1980), aggiungendo un livello psicologico, dark e glamour. In un’intervista, Madison ha detto che è stata una delle canzoni preferite sin dalla creazione, e che l’idea nasceva proprio da una dinamica che ha sentito raccontare spesso: persone che arrivano a dire “vorrei mi tradisse, così avrei una ragione per chiudere”. Non parlava di sé, ma di un meccanismo emotivo ricorrente: sapere che non è giusto, ma non avere la spinta definitiva.

  • “Healthy Habit” (sesta traccia) è un mid-tempo pop dal titolo volutamente ironico: racconta la spirale del “relapse emotivo”, tornare a qualcosa o qualcuno che fa male solo perché è familiare e comodo. La canzone mette a fuoco la stanchezza interna di chi sa che è distruttivo, ma si sente attirato a ripetere il ciclo. Anche i commenti critici hanno sottolineato proprio questo: la precisione con cui descrive la compulsione di rifare ciò che ti danneggia.

  • “you’re still everything” è uno dei punti più crudi: parla di sentirsi invisibili e non amati, mentre si continua ad adorare l’altra persona, con domande di autostima devastanti (“Come posso essere niente per te?”). Beer l’ha scritta in un periodo di tristezza profonda che oggi ha superato, ma ha scelto di tenerla per la sua verità. Dettaglio fondamentale: le voci finali del brano sono quelle della demo originale. Madison aveva provato a ri-registrarla in modo più “radio-friendly”, ma sentiva che mancava l’anima del primo take. Nella demo piangeva così tanto che ha dovuto usare autotune pesante per correggere l’intonazione, ma quella fragilità era irreplicabile.

  • “Complexity” (nona traccia) è lo snodo del “basta”: amare qualcuno che non riesce ad amare se stesso. La canzone ruota intorno alla domanda tagliente: “Come posso aspettarmi che tu mi ami, se non ami nemmeno te stesso?” Beer la descrive come un pezzo con vibrazioni UK garage, synth densi, vocoder e malinconia elettronica. Nel racconto dell’album, qui arriva la presa di coscienza che la relazione non è più sana. È anche la canzone più “lavorata”: la versione finale è stata la ventunesima realizzata, quindi quella con più iterazioni in assoluto. Beer ha inoltre rivelato un dettaglio preciso: nel mezzo del brano c’è un sample del ding dell’ascensore di Severance, scelto perché il testo dice “Remember the time you severed me”. E concettualmente, per lei, Complexity è un pezzo di guarigione: togliere a sé stessa la colpa, capire che non è lei a essere “non amabile”, ma che l’altra persona non ha amore da dare.

Il finale: “nothing at all” e la rottura del pattern

L’ultima traccia, “nothing at all”, chiude il disco in modo personale e programmatico. Beer ha detto chiaramente che, a differenza del resto dell’album che segue cronologicamente l’ascesa e il crollo di una relazione, questa canzone è solo su di lei e “non riguarda nessuno oltre me”. È una riflessione sull’ansia di quando la vita diventa troppo bella: la paura di “salire troppo”, perché nulla dura per sempre e più in alto vai, più dolorosa può essere la caduta — fino a restare con “niente”.

Dentro il concetto del “medaglione” che conserva i ricordi, nothing at all è la chiusura definitiva di un capitolo: le ferite non spariscono, restano nella storia personale, ma non pesano più come prima.

E qui arriva il dettaglio simbolico più tagliente: i due album precedenti di Madison (Life Support e Silence Between Songs) finivano con la parola “everything”. nothing at all spezza deliberatamente quella tradizione e termina su “nothing”. Non come sconfitta, ma come gesto narrativo: il momento in cui smetti di romanticizzare il dolore e accetti che anche il vuoto, a volte, è parte della guarigione.

In sintesi, locket è un album che funziona davvero come ciò che promette il titolo: un contenitore fragile e prezioso, pieno di frammenti emotivi — alcuni luminosi e giocosi, altri brutali e irrisolti — ma tutti necessari per raccontare un percorso intero, dall’inizio “fun e sexy” fino alla lucidità finale.

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